“Re Crin” è una fiaba della tradizione popolare italiana: un principe nato porco, che pretende in moglie le figlie di un panettiere e che uccide, una dopo l’altra, le spose che lo rifiutano o lo respingono con disgusto. “Eu, eu, voglio moglie”, continua a piagnucolare Re Crin, e ogni volta viene accontentato dal padre: quella cantilena infantile diventa il ritornello di una violenza che si perpetua, generazione dopo generazione, storia dopo storia. Re Crin diventa allora una maschera: la voce di chi pretende, di chi punisce il rifiuto, di chi — quando viene messo di fronte al proprio gesto — chiede alla vittima perché non si sia difesa abbastanza. Lo spettacolo fa parlare la fiaba e la cronaca contemporanea nella stessa lingua. Il grugnito infantile di Re Crin e le parole di una sentenza d’appello, distanti secoli, rivelano la stessa struttura — la colpa spostata sulla vittima, la violenza normalizzata come “gioco” o “scherzo”, il silenzio imposto e poi rimproverato. Mettendo la fiaba accanto alla cronaca giudiziaria, lo spettacolo chiede allo spettatore di riconoscere quanto la cultura che genera Re Crin sia ancora la nostra. Il testo procede per innesti, sovrapponendo epoche e linguaggi diversi: alla fiaba, che apre e struttura il racconto, si sovrappone “Tentazione!” di Giovanni Verga, novella verista che racconta uno stupro di gruppo e un omicidio commessi da tre giovani amici durante una gita fuori porta. Lo stile di Verga è stato “ricalcato” per narrare anche cronache contemporanee, tra cui il caso della violenza di gruppo avvenuta a Firenze presso la Fortezza da Basso — la cui sentenza d’appello, che assolveva gli imputati richiamando gli “atteggiamenti disinvolti e provocatori” della vittima, è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il 27 maggio 2021 per aver utilizzato un linguaggio colpevolizzante nei confronti della vittima — e un episodio più recente avvenuto a Palermo. Il percorso stratificato della drammaturgia si conclude con un frammento narrativo ottocentesco tratto da “Il pizzo strappato” di Emilia Pardo Bazán, in controcanto rispetto a tutte le voci soffocate che lo precedono. Lo spettacolo affronta temi di violenza sessuale e violenza di genere, anche attraverso linguaggio crudo e materiali di cronaca giudiziaria reale. Non è uno spettacolo per un pubblico di bambini.
Lo spettacolo può essere fruito anche dagli studenti delle scuole Superiori, ed è consigliato dai 16 anni in su, per i temi trattati.