L’anno senza estate

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L’anno senza estate

Le nuvole generate dall’eruzione dei vulcani hanno spesso trasportato storie attraverso lo spazio e il tempo; storie che raccontano di uomini che insistono nell’ignorare il linguaggio di una natura che, benché inascoltata, opera con intelligenza: nel 1991, all’eruzione del vulcano filippino Pinatubo, seguì l’eruzione del monte Hudson in Cile, in pochi mesi le ceneri dei due vulcani causarono l’abbassamento della temperatura della Terra di 1 grado. Furono molti i climatologi sollevati da questo controbilanciamento al riscaldamento globale.

Nel 1815, l’eruzione del vulcano Tambora introdusse nell’atmosfera un’enorme quantità di cenere, che si diffuse per tutto il globo e che creò una sorta di filtro per i raggi solari, causando una piccola era glaciale. L’estate del 1816, preceduta da un inverno lungo e piovoso, fu fredda e umida anche in Europa, e quell’anno fu ribattezzato “L’anno senza estate”.

Nel sogno fatto da Mary Shelley nel gelido giugno di quello stesso anno, anche il Dottor Frankenstein credette di poter rendere l’uomo invulnerabile a tutto, e credendosi più forte della natura, creò un mostro che poi rinnegò.

Oggi è lampante come gli esseri umani, inseguendo un’impossibile perfezione, abbiano dato origine a un mostro, dal quale vorrebbero distogliere lo sguardo: la crisi climatica.

In questo spettacolo si raccontano storie di vulcani trasportate dalle nuvole attraverso il tempo, enormi nuvole che decidono le sorti dell’uomo — e di come un vulcano, due secoli fa, partecipò persino alla scrittura di “Frankenstein”. Lo stesso mostro che allora nasceva da un sogno, oggi ha il volto della crisi climatica: un pericolo che continuiamo a creare, e da cui continuiamo a distogliere lo sguardo.

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