La poetica visionaria delle pagine di Marcovaldo racconta un disorientamento che sentiamo ancora nostro: troppa città, troppo cemento, traffico, visi spenti, la fatica di andare avanti tra incombenze quotidiane, un lavoro necessario che spesso non piace, gli imprevisti della vita di cui si farebbe volentieri a meno, i soprusi di chi sta più in alto nella gerarchia sociale, l’assenza di rispetto per l’individualità sensibile e intima, la fretta, le corse, sempre, il dovere, il dover fare, l’obbedire, le guerre, il mondo che va a rotoli, il clima impazzito, l’affondare. Calvino scrive Marcovaldo negli anni del boom economico, dando voce a un uomo che nella città industriale continua, quasi per errore, a vedere la natura — un fungo tra i sampietrini, una nuvola, una lucciola — dove tutti gli altri vedono solo cemento. Sessant’anni dopo, quello sguardo disallineato non è invecchiato: siamo ancora dentro la stessa corsa, la stessa distanza dalle cose vive, lo stesso bisogno di un chiarore che si intraveda appena, in mezzo al rumore.